Serata di conferenze ieri sera al Club Meridiana di Casinalbo, che ha organizzato la presentazione dell’ultimo libro dello  scrittore, alpinista e scultore italiano Mauro Corona, “Il Canto delle Manère”. Prenotazioni per l’evento così numerose, tanto da costringere gli organizzatori ad allestire la sala conferenze all’interno di uno dei palloni dei campi da tennis.  Corona si è presentato davanti al suo pubblico con la mise e l’atteggiamento che lo contraddistingue: barba incolta, sigaro in bocca, bandana in testa e maglia smaniata, nonostante il clima modenese fosse particolarmente esigente, anche per un soggetto abituato ai climi alpini del Friuli.

Chiunque si fosse recato con l’intenzione di partecipare a una normale presentazione di editoria, ha dovuto abbandonare questa aspettativa e lasciare che le proprie orecchie e il proprio cuore si fermassero a riflettere per un paio di ore sulle parole e sulla filosofia di un Personaggio, dal quale, un po’ per le esperienze di vita trascorse, un po’ per il talento innato che si ritrova ad avere, tutti dovremmo prendere esempio.

Esordisce, infatti, negando all’interlocutrice domande riguardo il nuovo libro, spiegando che non crede che esistano perché che portino le persone a scrivere, dipingere, scolpire, fare musica; crede che lo si faccia per lottare contro l’oblio, la dimenticanza, per salvare qualcosa della propria civiltà.
Corona comincia il suo eloquio asserendo con la determinazione che lo contraddistingue: “Sono un ciarlatano e ho solo avuto la  fortuna di essere notato da un editore importante, altrimenti sarei ancora, come ho fatto per 40 anni, a parlare in un osteria davanti a un fiasco di vino, che diciamolo, aiuta.”; riflette su come il marketing sia l’essenza perversa dei tempi moderni che lo ha portato alla ribalta, e di come questo prestigio rubato dia ai suoi pensieri, alle sue parole,il privilegio arrivare all’attenzione di migliaia di persone. Partendo da questo presupposto sbriglia tutto il suo discorso e sdogana il pubblico verso temi essenziali della vita, che accomunano ogni persona, dando definizioni ed esempi concreti su questioni quali LA VITA, LA MORTE, L’AMORE, L’ AMICIZIA, I VIZI.

Arriva a Casinalbo con un messaggio preciso da comunicare ai suoi lettori: “Dobbiamo tornare ad inginocchiarci sulla terra, perché dalla terra nasce tutto, farina per il pane e vite per il vino, le uniche cose che servono veramente per la sopravvivenza dell’uomo. Oggi noi siamo diventati eroinomani di tecnologia, anche le donne non fanno più alcuna fatica per far da mangiare. Elettrodomestici per tutto anche per sbucciare patate e carote. Dov’è finita la fatica? Quella che è la sola capace di forgiare l’uomo?“

Strega, fa riflettere, questa sua teoria “del togliere per apprezzare”, che crede che il troppo annoi, e che questa eliminazione compulsiva della fatica, che è perennemente ricercata all’interno della nostra società, porti alla fine l’uomo a diventare lui stesso un oggetto, schiavo di tutti gli oggetti che colleziona con il fine di migliorare il proprio tenore di vita, eliminando appunto ogni tipo di fatica, quando in fin dei conti è proprio questa, che devi sopportare nel conseguire un obiettivo, ma che una volta raggiunto ti da l’ambita soddisfazione. “La fatica è la formula della salute” dice; essenzialità, è il suo credo, riferendosi a una delle arti a lui più care , la scultura, ma applicabile ad ogni situazione nel quotidiano poiché, l’avere troppo crea ulteriore nebbia al nostro vivere, non dissipa i nostri dubbi e le nostre fragilità, semmai le amplifica e le pone a un livello di priorità, che ci porta a guardare nella direzione sbagliata.
Da sottolineare l’empatia che ha cercato per tutta la serata di trasmettere al pubblico, la complicità delle sue affermazioni:  viviamo in un epoca dove chi è sul palco, ha la tendenza a elargire le sue verità a chi si trova a un livello inferiore -il palco si chiama tale dal momento che sta al disopra della platea-  dove quest’ultimo è chiamato ad ascoltare e non a interagire, perché sia la conoscenza, che la celebrità, sono ad uso e consumo di pochi eletti e la maggioranza è votata alla mediocrità. E’ la condizione necessaria perché esistano quei “pochi” che riescono a differenziarsi dalla massa, ponendosi  al disopra dei “molti”. Stasera lui però,scardina questo stato delle cose e parla a ruota libera delle sue sconfitte famigliari, dei suoi scontri con il quotidiano, delle sue debolezze, che però porta avanti con tanta autoironia e cinismo e finiscono per essere i suoi punti di forza le sue montagne scalate, i suoi sassi che si trasformano in oro.

il canto delle manere

Scritto da Alessia Arcurio e Fabrizio Pollastri